Cinà G., L'apostolo Paolo e il dolore umano. Può l'esperienza di Paolo apostolo rappresentare ancora una "risposta" al dolore?

Edizioni Camilliane, Torino 2001, pp. 173.

Luciano Sandrin

In " Camillianum", n. 6 (2002),

pp. 632-636

Il tema del dolore costituisce "un punto nodale" del pensiero dell'apostolo Paolo ma nei suoi scritti egli non ne fa un'esposizione organica. Proprio per questo Cinà, all'inizio della presentazione del suo libro, scrive che "solo frammenti vengono qui annotati del pensiero dell'apostolo Paolo sul mistero del dolore dell'uomo" (p. 5) e lo fa chiedendosi se le risposte dell'apostolo al problema del dolore (e della sua esperienza) possono essere ancora valide per l'uomo d'oggi.

L'autore sceglie Paolo perché "nulla togliendo a quanto altri personaggi biblici proiettano di luce sul dolore umano in Paolo è leggibile in maniera più esauriente l'autentico atteggiamento che il cristiano deve coltivare per far fronte alle situazioni dolorose della vita" (p. 14) anche se raramente, o in maniera marginale, questo apostolo viene presentato come "risposta" (sia con la sua vita che con i suoi scritti) al dramma del dolore dell'uomo, dimenticando così che "di tutto il vocabolario del dolore del Nuovo Testamento, più della metà appartiene a Paolo" (p. 15).

L'esperienza di Damasco lo trasforma in una "nuova creatura in-Cristo": "Il Cristo morto e risorto entrerà progressivamente nella sua esistenza" e lo trasfigurerà interamente (p. 26). La sua vita sarà un vivere in Cristo, il suo essere un "essere-in-Cristo": Vivo, ma non sono io che vivo, è Cristo che vive in me (Gal 2, 20; Fil 1,21). E questa trasformazione lo renderà sempre più proesistente, capace di "essere e vivere per", di "soffrire e morire per" appropriandosi di tutto l'evento pasquale: perciò la sua coscienza di credente dinanzi all'esperienza del dolore e dinanzi alla morte, è ora per lui "dominata dalla presenza del Risorto" (p. 37). È questa una significativa risposta di Paolo anche alle domande che il credente continuamente si pone dentro all'esperienza del dolore.

La Salvifici doloris ci ricorda che Paolo "prima sperimentò la potenza della risurrezione di Cristo sulla via di Damasco, e solo in seguito, in questa luce pasquale, giunse a quella partecipazione alle sue sofferenze della quale parla nella lettera ai Galati (6,14). La via di Paolo è chiaramente pasquale: la partecipazione alla Croce di Cristo avviene attraverso l'esperienza del Risorto, dunque mediante una speciale partecipazione alla risurrezione" (n. 21). "È un'annotazione - sottolinea Cinà - da tener presente anche per la nostra vita cristiana e quindi per il nostro cammino spirituale: si diventa cristiani non incontrandosi prima con il Crocifisso, bensì con il Risorto" (pp. 46-47). Ed è un'annotazione molto preziosa.

Sono molte le situazioni di sofferenza che Paolo ha vissuto e ne fa a volte delle vere e proprie elencazioni. Anche lui si è posto la domanda sul loro significato, non tanto sul "perché" tutto ciò accadesse, quanto piuttosto sul "come" dovesse vivere queste situazioni. In base alla sua formazione scritturistica ha interpretato quegli eventi come "esperienze anticipatrici della morte " trovandone, però, il principio risolutivo nella "sua visione cristiana delle cose, dalla fede nata dalla sua esperienza dell'incontro personale con Cristo e da quanto gli è stato trasmesso dalla tradizione della chiesa: la venuta di Cristo ha realmente introdotto un dinamismo di trasformazione nella natura e nella vita dell'uomo". Il Cristo è presente in mezzo a noi per dispiegare in maniera efficace "tutta la forza trasformante della sua risurrezione, applicandola alle situazioni di morte che uomini e cosmo incontrano (At 9,5; 1Co 15,20-28; Rm 5,1-11)" (pp. 53-56).

Sofferenze per lui importanti sono certamente quelle derivate dal suo ministero. Secondo il principio della teologia della croce egli le interpreta come "segno dell'autenticità del suo ministero apostolico", una sorte di "marchio d'appartenenza", rivelazione della realtà della morte e risurrezione di Cristo, unica fonte di salvezza e cooperazione a questa stessa salvezza. "La forte espressione della lettera ai Colossesi (1,24) completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa, in fondo vuol significare che l'opera di Cristo si continua nei suoi discepoli" (p. 62).

Ma c'è anche tutta una serie di "sofferenze del tempo presente", dovute a volte alla responsabilità dell'uomo ma inscritte nella stessa finitezza dell'uomo e del creato. La prospettiva di Paolo vede queste sofferenze "in rapporto ad un secondo elemento, determinante per comprendere il senso - ossia la direzione e la finalità - ora, in seguito alla venuta di Cristo, di quei dolori : la glorificazione" (p. 77) i cui segni sono presenti nella speranza cristiana "movimento che fa uscire la persona umana dalla strettezza dello stato attuale, e lo apre alla trascendenza", attesa fiduciosa che fa affidamento sull'operare dello Spirito, che fa del "gemito del creato" il gemito dell'attesa, il gemito delle doglie del parto, il dolore attraverso il quale viene la vita. Proprio nella prospettiva della "gloria" del Signore le "sofferenze del tempo presente perdono la loro tragica drammaticità, il loro non senso, diventano sopportabili e addirittura significative. Acquistano il ruolo di ammonizione, nel senso che mantengono desto il senso dell'attesa della gloria" (p. 85) e fanno agire di conseguenza. Ma qui è al lavoro lo Spirito che illumina, aiuta a discernere e conferisce l'energia necessaria.

Le sofferenze legate alla malattia, al processo d'invecchiamento e alla morte, "rientrano in quelle esperienze proprie della nostra condizione di finitudine" e qui bisogna ricercare, secondo Paolo, il significato che esse hanno acquisito in seguito alla redenzione di Cristo. La malattia che Paolo stesso ha sperimentato come "spina nella carne" (2 Cor 12,7) è diventata per lui un'opportunità per annunciare il vangelo. La prima reazione fu, in lui, il rifiuto di una tale situazione ed una preghiera incessante a Dio di esserne liberato per dedicarsi in pieno alla Sua causa. Ma si affida poi completamente a quel Dio che gli assicura "Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta nella debolezza" e si convince sempre più che nella cooperazione con Dio è Lui l'artefice principale.

Non mi sembra sufficientemente argomentata e chiarita (forse per mancanza di sufficienti riferimenti la posizione sul rapporto tra malattia e peccato, di cui ne parla nella prima ai Corinzi, e che il nostro autore tratta alle pp. 91-93.

Nell'elencazione dei carismi Paolo parla di carismi di guarigione (1 Cor 12,9). Al di là della guarigione miracolosa il gesto terapeutico del discepolo di Cristo rientra in quel mistero di consolazione di cui parla nell'introduzione alla seconda lettera ai Corinzi (2 Cor 1,3-7) e che vuole esprimere la verità della "salvezza" proclamata dal vangelo (p. 95): l'opera di cura è di fatto opera di evangelizzazione.

La malattia e la vecchiaia sono segni dell'avvicinarsi della morte. "Al credente è chiesto di rimanere alla presenza del suo Signore, credendo che la vita riposa in Dio, e che Dio può trasformare queste condizioni di morte in luoghi dove germina la vita. Ciò che rimane essenziale nella proposta di Paolo, è il rimanere in dialogo con Dio, mantenere il rapporto personale con lui: rimanere nella fede sperante" (p. 98).

Per questo l'autore affronta il tema della morte e del morire in Paolo e si pone delle domande "Come ha Paolo affrontato la morte? E in che maniera la sua parola e la sua vita ci educano al affrontare la nostra morte?" (p. 99). Ho però l'impressione che questa parte non sia ben legata alla precedente sul dolore (che è il tema principale del libro): non ci sia, cioè, un'adeguata riflessione teologica sul rapporto dolore e morte.

"Come ogni buon ebreo formatosi sulle sacre scritture, Paolo conosce il doppio volto della morte: quello sereno e tranquillo che segue ad una vita compiuta, dove l'uomo ha potuto realizzare il suo progetto: E la morte scandalosa e ingiusta, che ha tutta la parvenza d'una intrusione prepotente e iniqua (p. 103). Maturerà in lui la concezione che la salvezza è profondamente ancorata alla storia, alla vita vissuta, alle esperienze tristi e liete della vita stessa. La salvezza ha un "carattere incarnatorio". Per quanto riguarda l'altro volto della morte, della morte come scandalo, Paolo, ne coglie il rapporto che essa ha con il peccato "per il peccato... la morte è entrata nel mondo" (Rm 5,12), ma vede nel morire-con-Cristo "il punto di riferimento essenziale perché il cristiano comprenda il nuovo senso che essa ha assunto per l'uomo" ed il suo superamento nel risorgere con Lui (Rm 6,3-11). Saremo sempre con il Signore (1Tess 4,17) è "il motivo centrale della consolazione cristiana dinanzi all'angoscia della morte: la morte ci introduce nell'intimità più profonda e svelata con il Signore. Colui che è morto non è finito per sempre o caduto nel nulla, ma sta presso il Signore nell'immediatezza d'un rapporto faccia a faccia" (pp. 119-120) (cfr. 1Co, 15,20-22). E questo si trasforma in fiduciosa speranza.

Un ultimo tema che l'autore affronta è quello del dolore che nasce dal dissidio "tra un io che essendo schiavo del peccato, si procura la morte, e un io che, in quanto creatura di Dio, sa che deve se stesso al suo Signore e Creatore, e vuole la vita, vuole il bene, l'osservanza della legge, ma non raggiunge quella vita e quel bene perché non adempie la legge" (p. 151). Con la venuta del Cristo, è il suo Spirito a compiere l'opera sanante, modificando il senso di quel conflitto e donandoci quella grazia che produce nuovi frutti. "Questo non esclude la responsabilità dell'uomo, poiché l'azione interiore dello Spirito non si sostituisce a noi; anzi è essa che ci coinvolge e responsabilizza la nostra libertà, rendendola libera di agire secondo il nostro statuto autentico, quello ossia di creature di Dio" (p. 154).

Non è praticamente concepibile una sequela di Cristo senza sofferenza (Fil 1,29). Attraverso la sua vita e i suoi insegnamenti, l'apostolo aiuta a capire come l'assunzione della sofferenza e della morte da parte di Cristo, abbia introdotto nel credente la forza del suo Spirito che rende capaci di assumere atteggiamenti costruttivi quando vi si è personalmente confrontati" (p. 156), attraverso una vera e propria trasformazione interiore ed una fiduciosa speranza tra un già di una conquista avvenuta e un ancora di tribolazioni sempre presenti: una nuova fortezza che è frutto dell'azione di Dio, di un essere-in-Cristo e della presenza dello Spirito, caparra delle pienezza futura.

"Caratteristica dell'esistenza cristiana, è dunque d'essere dialettica : tesa fra tribolazione e gloria, una gloria che viene non solo attraverso la tribolazione, ma che è già in essa" (p. 159).

Lo scopo del libro, che era quello di confrontarci con l'esperienza del dolore in Paolo come possibile risposta al come vivere questa esperienza (senza la pretesa di farne un trattato), è stato raggiunto. Il libro è ricco di interessanti riflessioni teologiche e di indicazioni preziose per poter vivere anche noi "uniti a Cristo" l'esperienza del dolore.

Ma è utile anche per ulteriori approfondimenti teologici, spirituali e pastorali.