PADRE ELIO BUCCI

Tra gli eroi camilliani di un recente passato

Roma, 10 agosto 2010
P. Carlo Colafranceschi

Sfogliando le mie carte, non a caso, m’è capitata una bella foto del P. Elio Bucci, del quale ho sentito parlare, da quando entrai nell’Ordine, come postulante a Giove, Terni, il 21 agosto del 1944, appena due anni dopo la sua tragica morte. Il 28 agosto è il 68° anniversario del suo transito al cielo.

E’ storia che ho raccolto dai confratelli d’allora, in special modo dai chierici Antonio Polito, Tempera Antonio, Mattei Giulio, ma soprattutto dal suo confratello e amico del cuore il P. Imolo Luzzi.

Quel 28 agosto del 1942, era una giornata calda ed afosa. Svariate volte gli aspiranti del seminario camilliano di Giove, i "postulanti", avevano chiesto di scendere al Tevere, quasi asciutto dalla calura, ma per prudenza e responsabilità, il permesso era stato loro negato dai superiori. Ma quel giorno, P. Elio, superiore della comunità, che assisteva i postulanti, si convinse, e strappò anche il permesso dal P. Giuseppe Bini, Superiore Provinciale.

Allegri chiassosi, si trasferirono in gioiosa passeggiata alla acque sottostanti del fiume. Ragazzi e chierici, non vedevano il momento di rinfrescarsi e giocare, anche per imparare a nuotare.

Le raccomandazioni di P. Elio, furono costanti e ripetute; finalmente tutti si tuffarono in un punto poco profondo a sguazzare e a divertirsi.

Ma poco più in là c’era un avvallamento nel terreno, poco visibile dalla superfice dell’acqua e tre o quattro ragazzi incapparono nella buca gridando e chiedendo aiuto. Il chierico Polito Antonio, buon nuotatore, riuscì a salvarne alcuni, ma uno di loro, Di Gianbernardino, fu trascinato via dalla corrente.

Al suo grido d’aiuto, P. Elio corse a più non posso lungo la riva del fiume e raggiuntolo, pur non essendo esperto di nuoto, coraggiosamente ed eroicamente, si gettò nell’acqua con tutta la veste talare, nell’estremo tentativo di salvarlo. Furono ritrovati ambedue il giorno dopo più a valle, affogati nelle acque del Tevere.

Fu un fatto che segnò la storia dello studentato di Giove. Un fatto tragico, ma che mise anche in luce, l’intensa e sostanziosa spiritualità, che confina con la santità, di un sacerdote che viveva riservatamente e umilmente il suo mondo d’amore verso Gesù, Maria , Giuseppe e la Chiesa.

Difatti, non si diventa eroi per caso e in un momento. L’eroismo proviene da una vita vissuta nella dedizione alle piccole cose, è frutto dell’accettazione della vita comunitaria, delle circostanze che offre la quotidianità della giornata e dell’attimo presente.

Tutto ciò emerge chiaramente dai suoi scritti che gelosamente custodiva nella più grande umiltà.

Forse già presagiva il suo martirio di carità quando scriveva: “Gesù, che vada distrutta tutta la mia vita piuttosto che servire e cooperare ad addolorare il tuo Cuore; ché non vorrei mai il rimorso d’aver rifiutato qualche cosa al tuo amore”. La sua disposizione a donare la vita, appariva chiara in un altro punto degli scritti: si era offerto come vittima in unione a Cuore di Gesù: “Serrami sempre più strettamente al tuo Cuore, o Gesù, e uniscimi in olocausto di sangue alla tua vita”.

Aveva compreso in pieno quale è il valore della sofferenza unita a quella di Cristo dalla quale si sentiva attirato in modo reale, e chiama sublime la via del dolore…: “ Il mio cuore, anche sensibilmente, si sente attratto sulla sublime via del dolore sofferto, amato, cercato gioiosamente. Anche gemendo, non mi stancherò di seguirti, o mio Gesù”.

La leva che lo muoveva era l’amore verso il suo Gesù: “Tutta la vita e gli affetti che si svolgono nel mio cuore, o Gesù, hanno tutti per fine e per movente il tuo amore e il desiderio di corrispondere meglio ai tuoi desideri”.

Ma l’amore di Dio è imprescindibile dall’amore del prossimo.

Come Superiore e Maestro dei novizi, si dedicava a loro come primo dovere, responsabile della loro formazione religiosa e teologica. Era intelligentissimo e sapeva coniugare all’intelligenza il suo grande cuore:

“Credo che un segreto per riempire il proprio cuore d’amore e di fervore, per sublimare la propria intelligenza, per tuffare la propria anima nella santità, sia quello di abitualmente donarsi, di far parte agli altri delle misere risorse delle proprie energie. Mai si riceve tanto, da Gesù, come quando ci si dona”.

Il suo spirito avrebbe voluto spaziare sempre nelle altezze sublimi e anche nelle gioie della santità, ma riconosceva la sua fragilità e la routine della vita reale che lo costringeva a realtà più terrestri che celesti. Ma comprendeva che per giungere a queste ultime, erano necessari sacrifici e rinunzie per sentirsi infine libero di amare e gioire per essere amato dal Signore: “Mi sento più rassegnato a questa vita abituale di tenebre, a questa forzata impotenza agli slanci che altre volte ho provato per te, o Gesù.

La mia debolezza mi farebbe desiderare di riposare sempre abbandonato sul tuo petto, ma comprendo anche e cerco la bellezza del sacrificio, della rinunzia, della santa operosità. Questo mi darà la gioiosa coscienza d’aver corrisposto a te, o Gesù, e mi farà provare, con la felicità d’essere amato, quella d’amare, nel senso più pieno e totale”.

P. Elio Bucci, è stato anche un eccellente musico e compositore autodidatta. Era in grado di suonare all’organo brani non certo facili di Bach, come toccate e fughe, senza errori o mediocri interpretazioni. La sua devozione a San Giuseppe, era nota a tutti; scrisse in musica le litanie del Santo che furono sempre eseguite dal coro dello Studentato Camilliano. Celebre una sua “Ninna nanna”, parole e musica, che il sottoscritto suonava a Giove con la sua piccola fisarmonica, nel tempo natalizio, dietro il presepio della comunità: Ninna nanna che poi ha trascritto e fatto eseguire nel l’Oratorio dedicato a San Giuseppe per soli, coro e orchestra sinfonica.

Tutto ciò che ho scritto, si può intravedere nel limpido sguardo dei suoi occhi nella foto in bianco e nero, con l’abito dell’Ordine. Quello stesso abito che fu il suo ultimo sudario di morte nelle infide acque del fiume Tevere, nel tentativo di salvare la vita a un bambino. Uno sguardo limpido, intenso, convinto ed entusiasta del suo sacerdozio ministeriale.

P. Elio Bucci nacque ad Ornaro, Terni, il 2 ottobre 1911; celebrò la Prima Messa il giorno di San Giuseppe: 19 marzo 1936; morì a Giove il 28 agosto 1942 a soli 31 anni di vita.

Nella foto di gruppo a Giove, sul piazzale del Sacro Cuore, si possono vedere tutti i Religiosi “maggiori” del nostro recente passato. P. Elio Bucci, il primo a sinistra dei seduti; al centro P. Giuseppe Bini; a seguire P. Lorenzo Ridolfi; in piedi da sinistra: P. Gaetano Giachi, P. Germano Tranquillini, P. Bruno Brazzarola, P. Vincenzo Cardone.

Lato Sud del Seminario Camilliano di Giove

Il "refettorio" della Comunità di Giove