44° Anniversario del

 

“Pio Transito del Servo di Dio”

 

NICOLA D’ONOFRIO

 

12 giugno 2008

 

Nella Chiesa della Comunità Camilliana di “Villa Sacra Famiglia in Monte Mario”, Roma, dove il giovane studente camilliano concluse la sua breve vita, è stata Celebrata l’Eucaristia presieduta dal Rev.mo P. Renato Salvatore, Superiore Generale dei Religiosi Camilliani.

Organizzata dal Postulatore Generale dell’Ordine Camilliano, il P. Luigi Secchi, erano presenti il fratello Tommaso, Confratelli della Provincia Romana, il Vice Sindaco di Villamagna Claudio De Luca e Signora, il P.I. Carlo Tracanna già Sindaco di Bucchianico, con gli amici Marusco e Sulpizio, e altri Estimatori del nostro “Servo di Dio”.

Particolarmente significativa è la costante presenza in questa annuale “Memoria” di Don Luigi Storto, che in quel 12 giugno 1964 era ancora un giovane laico studente, e si affidava alle preghiere di Nicolino per definire la scelta della sua vita. Da anni è uno stimato Parroco di una delle più attive Parrocchie romane, e degnamente porta il titolo di “Cappellano di Sua Santità”, cioè è “Monsignore”.

Ma soprattutto hanno partecipato pregando un folto gruppo di Ospiti della collegata “Casa di Cura”, una volta “Seminario Romano Camilliano" che vide il nostro NICOLINO impegnare i suoi verdi anni tutti per il Signore Suo Crocifisso, affidandosi totalmente alla materna protezione della Sua Immacolata Madre.

E’ utile spendere qualche parola per il quadro del “Servo di Dio”, posto a lato fuori del “Presbiterio”. E’ opera del cappuccino Fr. Vincenzo  Acquisto, che lo ha raffigurato con gli elementi della fede: il giglio, tra le mani, quale segno di fedeltà alla vocazione; la corona del rosario, come via di purificazione; lo Spirito Santo, invocato spesso da Nicolino, quale amico da cui lasciarsi plasmare; la corona di spine, che circonda la testa del Servo di Dio, da lui immaginato “nella singolare e generosa partecipazione ai patimenti di Cristo Gesù Crocefisso, Signore e Salvatore Nostro”, la sua sofferenza unita a quella di Cristo, che è divenuta ormai gloria nei Cieli e salvezza per le anime, simboleggiata nella Croce luminosa posta sullo sfondo.

I giovani Seminaristi Camilliani hanno guidato la Liturgia della Sacra Celebrazione, e il Coro della Parrocchia San Camillo di Roma ha reso il suo servizio animando l’Assemblea con Canti.

Al termine i presenti si sono recati in visita del luogo dove il “Servo di Dio” concluse il suo cammino terreno. Ed ecco l’Omelia dettata dal P. Renato Salvatore:

 

 

L’amore: compimento della legge

 

Ancora una volta, siamo riuniti per celebrare l’eucaristia a motivo del nostro confratello il servo di Dio Nicola D’Onofrio. E lo facciamo mentre la sua causa di beatificazione avanza a grandi passi sia nel dicastero vaticano che, e soprattutto, nel cuore di un numero sempre maggiore di persone beneficamente colpite dalla sua giovane vita donata al Signore.

 

Il brano del vangelo che abbiamo appena ascoltato ci pone al centro del messaggio di Gesù sul quale pendeva continuamente l’accusa dei farisei di esporre un insegnamento contrario alla legge. In verità, in molte occasioni Gesù mostra o propone un comportamento a dir poco “inconsueto”, fuori dalla tradizione dei padri. Ciononostante, lui dichiarò con decisione: "Non pensate che sono venuto ad abolire la Legge ed i Profeti. Non sono venuto ad abolire, ma a completare (Mt 5, 17). Dinanzi alla Legge di Mosè, Gesù ha un atteggiamento di rottura e di continuità. Rompe con le interpretazioni legate alla lettera non rispettose della persona umana, ma riafferma in modo categorico l'obiettivo ultimo della legge: raggiungere la giustizia maggiore, che è l'Amore.

 

L'ideale religioso dei giudei dell'epoca era "essere giusti davanti a Dio" e ciò si verificava soltanto quando si osservavano tutte le norme della legge in tutti i suoi dettagli!". In verità, era molto difficile che una persona anche molto pia potesse osservare tutte le norme. Per questo, Matteo raccoglie alcune parole di Gesù sulla giustizia mostrando che l'amore è il completamento della legge e il superamento della giustizia dei farisei. L'evangelista indica alle comunità come devono praticare questo tipo  di giustizia più grande. Poi cita cinque esempi ben concreti di come praticare la Legge, in modo che la sua osservanza porti alla pratica perfetta dell'amore. Nel primo esempio del vangelo di oggi, Gesù rivela ciò che Dio intendeva nel consegnare a Mosè il quinto comandamento: "Non uccidere!".

 

Per il vero figlio del Padre celeste, non è sufficiente il non eliminare gli altri fisicamente, ossia il non uccidere; lui è chiamato ad una “giustizia” molto più grande: amare tutti, anche il nemico e il persecutore! Gesù dà un esempio estremo: se stai per portare la tua offerta all’altare e ti ricordi che non tu hai qualcosa contro un altro, ma che un altro ha qualcosa contro di te: fermati, non andare avanti, non accostarti all’altare poiché devi prima riconciliarti con quel tuo fratello. Non fare nemmeno un altro passo verso l’altare; fai invece il primo passo verso chi non è in piena comunione con te; tenta in tutti i modi la riconciliazione. L'amore ha un valore così alto da poter richiedere anche l'interruzione dell'atto supremo di culto: per noi, la celebrazione eucaristica. La "misericordia" vale più del "sacrificio"; il culto, in quanto relazione con Dio, non può prescindere da un rapporto d'amore con il prossimo.

 

Questa richiesta di Gesù  ci ricorda quella presente nella preghiera del Padre nostro: “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Non potremo mai ottenere il perdono dei nostri peccati e quindi divenire “giusti” agli occhi di Dio se non siamo disposti a perdonare di cuore chi ci ha fatto del male. Per poter essere accettati da Dio, ed essere uniti a Lui, dobbiamo cercare la riconciliazione con il nostro prossimo.


L’evangelista Matteo insiste molto sulla riconciliazione, poiché nelle comunità di quell'epoca c'erano molte tensioni tra i gruppi con tendenze diverse, e il dialogo spesso risultava difficile. Ad essere sinceri, anche oggi le nostre comunità e le nostre famiglie o i luoghi di lavoro non sono privi di tensioni, di conflitti o di peggio. Opportunamente, all’inizio di ogni celebrazione eucaristica siamo invitati a riconoscere i nostri peccati e a riconciliarci con tutti.

Se ci sottoponiamo con onestà a questo esame di coscienza, forse il nostro procedere verso l’altare diventerebbe incerto, vacillante, bisognoso di tutta la misericordia del Signore. E così, con pentimento chiediamo perdono al Signore e ci disponiamo  a perdonare chi ha commesso del male contro di noi. Ma non basta! All’inizio di ogni santa messa, siamo chiamati a domandarci: chi è che non è in piena comunione con me? C’è qualcuno che ha qualcosa contro di me? Cosa potrei o dovrei fare verso di lui?

 

L’esperienza nostra e altrui sottolinea con vigore la difficoltà a perdonare, soprattutto per certi tipi di ferite o se ne sono causa determinate persone. Si resta quasi paralizzati, impossibilitati a fare anche un solo passo in avanti. Ci rendiamo conto che non è sufficiente la nostra buona volontà! È una giusta constatazione: infatti, occorre implorare nella preghiera l’aiuto dello Spirito santo perché operi sul nostro cuore, sulla nostra intelligenza e sulla nostra volontà.

La disponibilità al perdono dal profondo del cuore richiede una grande intimità con il Signore. Potremmo dire: un certo cammino verso la santità! Sì, non dobbiamo temere questo termine “santità”, specialmente oggi che ricordiamo Nicola D’Onofrio, un giovane religioso che ha fatto della santità una meta centrale della sua esistenza. Tutti, ognuno per la sua via, siamo chiamati dal Signore a quella perfezione di santità di cui è perfetto il Padre celeste.

Sappiamo che, al di là di tutti i nostri sforzi, all’origine della nostra giustificazione c’è la grazia, il dono dello Spirito. Ed è sempre lo Spirito che ci santifica, ci rende nuove creature, figli adottivi di Dio, partecipi della natura divina. Abbiamo ottenuto la giustificazione nel battesimo gratuitamente, per i meriti della passione di Cristo. Ci ricorda S. Paolo: “Ora, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna” (Rm 6, 22). Ma non dobbiamo dimenticare che “la libera iniziativa di Dio richiede la libera risposta dell’uomo… L’anima può entrare solo liberamente nella comunione dell’amore” (CCC 2002).

 

La breve ma intensa vita di Nicola ci ricorda che non c’è santità senza rinuncia e senza combattimento spirituale. Chi mi ama prenda la sua croce e segua me che sono mite e umile di cuore poiché il mio giogo è soave e il mio carico leggero, anzi è fonte di gioia piena, di pace interiore, di fiducia nel futuro.

Il servo di Dio, Nicola D’Onofrio, ben conosce questa casa e questa chiesa. In questo momento ci vede e ci ascolta dall’alto del cielo. Con fiducia nella sua intercessione, apriamo il nostro cuore e chiediamogli che anche la nostra vita dia gloria a Dio e raggiunga la pienezza della santità.

 

Servizio Fotografico dello Studente Camilliano BORIS

Galleria fotografica