Nicola D’Onofrio

Studente camilliano

Breve narrazione della sua esistenza terrena.

 

I PRIMI ANNI

Nicola D'Onofrio nacque a Villamagna, Diocesi di Chieti - Abruzzo - il 24 marzo 1943.

Nella Chiesa Parrocchiale di S. Maria Maggiore fu battezzato il 27 marzo successivo, ricevendo il nome di Nicola.

Suo padre si chiamava Giovanni. Uomo moralmente integro, lavoratore tenace dei campi, pieno di sapienza popolare e contadina delle antiche famiglie abruzzesi. Religioso e pio e austero, come sono comunemente gli uomini di questa regione italiana.

La madre - Virginia Ferrara - era una donna forte e delicata, eletta per pietà e spirito cristiano. Seppe trasferire nel figlio il culto della religiosità della vita, delicatezza e una notevole gentilezza e serenità di spirito.

Il Sacramento della Cresima lo ebbe il 17 ottobre 1953. Mentre tre anni prima - il giorno della festa del Corpus Domini 8 giugno 1950 - la Prima Comunione.

Frequentò le scuole elementari di Villamagna in frazione Madonna del Carmine, distinguendosi per la diligenza, bontà e disponibilità verso gli altri, così attestano la Maestra e i coetanei. Non trascurò il servizio all'Altare della chiesa parrocchiale, che raggiungeva anche in pieno inverno, benché la sua casa fosse a diversi chilometri, posta sul confine con la vicina Bucchianico, terra natale di S. Camillo de Lellis.

 

IN SEMINARIO A ROMA

Un Sacerdote dell'Ordine di S. Camillo, il P. Santino suo concittadino, gli rivolse l'invito di entrare nel seminario camilliano di Roma. Il D'Onofrio lo accolse con gioia e subito manifestò ai genitori la sua decisione. Questi si opposero. La madre perché lo voleva nel seminario diocesano della vicina Chieti. Il papà perché vedeva sottrarsi delle promettenti forti braccia per i campi, essendo Nicola il primo dei due figli - l'altro, Tommaso, era più piccolo - già impegnato in utili servizi della casa e dei campi adatti alla sua età.

Anche due zie nubili, sorelle del papà, che vivevano con la famiglia, lo blandivano dicendo di farlo loro unico erede se rimaneva.

Tutta la vita di Nicolino fu di una semplicità genuina. Eppure ha avuto alcuni istanti straordinari, e di contatto con realtà imponderabili.

Mamma Virginia nella deposizione che stavamo raccogliendo, qualche giorno prima della morte giunta improvvisa il 17 gennaio 1980, ci ha narrato quanto segue:

“Una sera dopo aver fatto il bagno, mentre s'era già messo a letto, lo sentii gridare: Mamma preghiamo... mamma preghiamo... Accorsi in camera da letto e lo trovai inginocchiato sul letto, a mani giunte; quella sera non mi volle dire di più, ma al mattino seguente, dopo nuove mie insistenze mi rispose: Ho visto una cosa brutta... , e non mi ha detto niente di più. Mamma diciamo il S. Rosario, era l'esatta invocazione. Chi sentì il fatto disse che forse era il demonio che voleva ostacolare la sua vocazione sacerdotale.” [1]

Al contrasto della famiglia forse ci fu anche quello di qualche altro, interessato a non volere contro un giovane così determinato? Lasciamo al lettore la riflessione e il trarre le conclusioni.

L'opposizione della famiglia durò un anno. Tempo che Nicolino visse in preghiera e studio, e finalmente ottenne il permesso di entrare nello Studentato Camilliano di Roma. Era il 3 ottobre 1955 quando entrò, festa di S. Teresa del Bambin Gesù, che diventerà poi la sua Guida spirituale.

Nell'affollato seminario, come ancora erano a quei tempi questi centri di selezione per il Sacerdozio, il giovanissimo Nicola non sfuggì all'osservazione di chi doveva cogliere i segni orientativi di una vocazione certa. Fu subito notata una serietà di intenzione a lavorare su tutto se stesso affidandosi completamente ai Superiori nella direzione dello spirito.

Due anni dopo venne a conoscenza che il papà voleva riprenderlo e riportarlo a casa. Scrisse allora una forte lettera comunicando la sua decisa volontà di continuare per il Sacerdozio nell'Ordine di San Camillo, costasse qualsiasi sacrificio. Molte le motivazioni portate a sostegno della sua decisione, tra le tante il detto di S. Giovanni Bosco: “La più bella benedizione per una famiglia è quella di avere un figlio Sacerdote”. [2]

 

NOVIZIO

Il 6 ottobre 1960 indossò l'Abito dei religiosi di S. Camillo, iniziando così l'anno di noviziato. Al termine del corso di esercizi spirituali, per questa tappa molto importante della sua vita, scrisse:

“...Gesù se un giorno dovrò buttare come tanti l'Abito santo, fa' che io muoia prima di riceverlo per la prima volta; non ho paura di morire ora, sono in Grazia tua. Che soave cosa poterti venire a vedere insieme alla Tua e mia mamma: Maria!” .[3]

Tutto l'anno di noviziato lo passò riportando sul “Diario” propositi e piccole conquiste, momenti di lotta e di aridità. Da questo scritto si evidenzia la volontà decisa di continuare per la strada della chiamata divina, affidandosi all'aiuto del Cielo, sintetizzato in questa espressione:

“Il demonio si vince stando vicino a Gesù e a Maria coi sacramenti e con la preghiera” .[4]

Già da questo momento viveva intensamente il carisma camilliano. In modo singolare brilla in occasione dell'assistenza prestata ad un anziano confratello, il P. Del Greco, gravemente ammalato per un tumore alla gola. Particolarmente da ricordare quanto disse al medesimo sacerdote in occasione del Venerdì Santo di quell'anno:

“Padre, unisca i suoi dolori a quelli di Gesù agonizzante... oggi è Venerdì Santo, giorno bello per lei che soffre insieme a Gesù” .[5]

 

PRIMI VOTI RELIGIOSI

La mattina del 7 ottobre 1961, festa della Beata Vergine del Rosario, emise per tre anni i Voti di Povertà, Castità, Obbedienza e di Carità verso gli ammalati anche se contagiosi, dopo un intenso anno di preparazione che i Padri Capitolari giudicarono ottimo.

Ebbe inizio in quel giorno il periodo di formazione come Religioso Professo camilliano. Sereno e felice, disponibile per tutti, osservante della vita comune, assiduo alle preghiere e diligente negli studi, umilmente e con semplicità, senza assumere atteggiamenti esterni atipici o teatrali.

I suoi superiori immediati - il Provinciale P. Andrea C., e il Maestro dei chierici P. Renato D. - sono le sue guide e i testimoni del suo progredire, lento ma costante, verso la vetta del Monte Santo di Dio.

Nutrì un amore ardente per Gesù Eucaristia che riceveva quotidianamente, e visitava spesso durante il giorno nella chiesa del seminario, o dell'Università Gregoriana. Si iscrisse anche alla "Guardia d'Onore al S. Cuore di Gesù", scegliendo dalle 8 alle 9 l'ora di riparazione [6]. Una filiale e tenera devozione per la Vergine Maria senza cadere mai in banali e superficiali sentimentalismi. Una accesa devozione a S. Teresa del Bambin Gesù, facendo propria la spiritualità della piccola via. Un amore profondo al suo Padre e Fondatore S. Camillo, studiandone a fondo lo spirito e sognando intense giornate di lavoro a servizio dei malati, quando un domani sarebbe diventato sacerdote.

Non aveva timore di manifestare a chiunque il suo ardore per la vocazione camilliana.

Diligente negli studi si applicava seriamente agli impegni scolastici, nutrendo stima e affetto verso gli insegnanti. Era docile e attento, ansioso di recepire la scienza che gli veniva presentata ritenendola necessaria per svolgere degnamente il suo Sacerdozio a servizio dei fratelli sofferenti.

Nel breve periodo di vita quale studente religioso camilliano, dimostrò grande amore e attaccamento alla sua nuova famiglia, dichiarandosi felice di rimanere nella Casa religiosa non concedendosi facilmente uscite, e dedicando il suo cuore e ingegno e tempo alle varie urgenze e necessità della comunità religiosa.

 

SUL VIALE DEL TRAMONTO

Sulla fine del 1962 incominciò ad avvertire i primi sintomi del male che lo avrebbe portato alla morte a soli 21 anni. Si assoggettò obbediente alle decisioni dei superiori e dei medici fin dal primo momento.

Il 30 luglio del 1963 venne operato presso il reparto di urologia dell'Ospedale S. Camillo di Roma [7]. L'esame istologico della parte asportata dette la inequivocabile risposta d'un finale già segnato per scadenze brevi: teratosarcoma [8].

La degenza post-operatoria presso la casa dei cappellani dello stesso ospedale, lo fece rivelare paziente e sempre sorridente, attento a non disturbare i confratelli premurosi per la sua persona.

Successivamente, il 19 agosto, venne ricoverato presso il Policlinico Umberto I della capitale per la cobalto terapia nella zona subtoracica, con la segreta speranza del medico curante - il dottor Mario L. - di circoscrivere il male. Dal 24 dello stesso mese continuò ambulatoriamente questa terapia presso il medesimo ospedale. Il suo comportamento in questo tempo è di grande esempio a tutti per la pazienza che ha nel sopportare i dolori, e la disponibilità che manifesta di fare la volontà di Dio. Qualunque essa sia.

Che conoscesse, o per lo meno sospettasse di avere un male di una certa gravità fin da questa estate, lo possiamo dedurre da una nota che abbiamo trovato tra le sue carte, dove scrive:

“Fine di giugno: in 2-3 giorni assume proporzioni smisurate. Cure di Penicillina e Strepto sciolte con vitamine B e C”, e più avanti - oltre alle date di ricovero e interventi chirurgici presso i due ospedali romani - scrive: “...12/8 Inizio di applicazioni con raggi γ e non γ (200 al giorno) ...20/8 VII applicazione, 2 lastre ai polmoni, e analisi sangue ...23/8 X applicazione, 22 lastre all'apparato digerente...”

Alla ripresa dell'Anno Accademico in autunno, i Superiori lo iscrissero al I anno di filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana, nonostante fosse ormai già preso profondamente dal cancro [9]. Anche in questo luogo - a professori e condiscepoli - si evidenzia la sua diligenza, serenità e bontà d'animo.

Ai primi di gennaio del 1964 venne eseguita una ulteriore radiografia al torace. Il polmone destro apparve invaso per buona parte dal male [10]. Il D'Onofrio si rese conto definitivamente del suo reale stato di salute, anche se nessuno ancora gli aveva parlato della gravità della sua situazione, anzi tutti concorrevano a nascondere e simulare le condizioni ormai senza alcuna speranza. Lo si deduce da un colloquio che ebbe col fratello Tommaso, nel quale accennava alla certezza di una sua non lontana dipartita da questo mondo, esprimendo solo preoccupazione per il grande dolore che la mamma ne avrebbe patito [11].

Sulla fine del mese di marzo di quell'anno, chiese un colloquio al superiore provinciale perché gli dicesse chiaramente quale fosse il suo vero stato di salute.

Messo alle strette il detto superiore non pote' nascondere la verità, anche se l'accompagnò da grande speranza e soprattutto da grande fiducia nella bontà e potenza di Dio, che tutto può operare, anche un grande miracolo come quello di cui lui aveva bisogno.

Conosciuta la realtà non reagì con atti di disperazione, ma dopo un momento di intensa riflessione che passò quasi totalmente dinanzi a Gesù Eucaristia nella chiesa del seminario, riprese il normale sorriso e intensificò la preghiera dando spazi lunghi alla meditazione.

In occasione di dialoghi con amici sulla realtà di una morte imminente, non evitava il discorrere né drammatizzava, ma affrontava con serenità e distacco.

Coloro che gli stavano vicino ricordano di avere avuto la sensazione di contattare una creatura che già viveva della realtà dell'aldilà come presente già nella sua esistenza, che troppo precocemente si avviava sul viale del tramonto.

Ricordano ancora vivamente che il suo discorrere sull'altra vita era calmo e sereno, senza forzature o fanatismo, e che un grande spirito di fede illuminava la sua esistenza che egli continuava a condurre nella normalità, partecipando alla vita comune del seminario camilliano.

Con la segreta speranza di ottenere un grande miracolo, i Superiori lo mandarono pellegrino a Lourdes e a Lisieux. Il D'Onofrio vi andò per obbedienza, soprattutto col motivo di chiedere l'aiuto della Vergine Immacolata, e della sua grande piccola Santa Teresa, a compiere la Volontà di Dio fino alle estreme conseguenze, serenamente unito alla Croce del Cristo.

E' il 10 maggio: mancano appena 33 giorni al suo incontro con Dio per l'eternità.

 

ULTIMO ATTO D'AMORE

Con dispensa “super triennium”, Papa Paolo VI di v.m., gli concesse di emettere i Voti Perpetui. Nella festa del Corpus Domini, 28 maggio, nella chiesa del seminario camilliano romano, si consacrò a Dio in eterno: ultimo atto d'amore di una vita breve ma intensamente vissuta “pregando ed amando”.

La mattina del 5 giugno, festa del Sacro Cuore di Gesù, in piena coscienza accetta di ricevere l'Unzione degli Infermi che gli aveva proposto il superiore provinciale. Momento di intensa commozione per i numerosi confratelli al termine della S. Messa celebrata nella camera che lo ospita da qualche mese a piano terra, per facilitargli gli spostamenti che avvengono ora solo in carrozzina, e riceve le visite della mamma e dei molti amici.

Gli ultimi giorni della sua vita terrena sono una terribile e drammatica sofferenza continua. Il cancro che avanza e invade totalmente i polmoni, oltre ad atroci dolori genera momenti di soffocamento. Nicolino vive eroicamente la sofferenza unito alla Croce di Cristo, invocando l'aiuto di Maria e dei SS. Camillo e Teresa del B.G., sempre sereno e mai cadendo nella disperazione, attento a non creare disturbo a chi lo assiste, e sforzandosi di nascondere quanto più possibile la inevitabile maschera della sofferenza, per evitare dolore alla mamma che gli è vicina.

Anche per chi lo conosce fin da piccolo questo straordinario affidamento alla Volontà di Dio, crea ammirazione e devozione.

 

E VENNE LA SUA ULTIMA SERA

L'ultimo giorno per Nicolino venne col 12 giugno 1964. Una lunga agonia che inizia alle ore 16 per chiudere la sua ultima sera alle 21.15, dopo una giornata passata in preghiera ed espressioni di intensa Fede e ardente Amore per Gesù e Maria, con l'aiuto dei suoi due Santi prediletti, e il conforto della commossa preghiera di confratelli e amici.

Il suo superiore ancora oggi ricorda gli ultimi istanti così: “Intonavo le preghiere alle quali tutti i giovani confratelli, raccolti attorno a lui nella sua cameretta, rispondevano con animo pieno di fede. Egli ogni tanto ci invitava dicendo: ancora, ancora... più forte! , ed ogni tanto mescolava alle nostre qualche sua invocazione particolare che rivelava la sua Fede viva nella presenza di qualche cosa ultrasensibile che sentiva vicino” [12].

Questo contatto con l'utrasensibile fu notato anche da altri che erano presenti al trapasso.

Le porte del Cielo gli si aprirono mentre lucido fino all'ultimo istante, ripeteva continuamente l'atto di offerta della propria vita e delle sue sofferenze rifiutando gli analgesici, e incitando i presenti a pregare con lui e per lui. Una coerente conclusione di vita con quanto si era proposto di vivere.

L'impressione profonda che si fosse consumata una Passione, lo si può rilevare dalle parole semplici di una donna del popolo, amica di famiglia da sempre:

“Il Dottore controllato che era morto, ha aperto la porta e ha chiamato la mamma: Signora ecco tuo figlio!, quasi come se fosse la Madonna alla quale viene consegnato il figlio Crocifisso” [13].

Un confratello legato a Nicolino da profonda amicizia, scriveva nei giorni seguenti alla morte:

“Ora quaggiù fra noi non è rimasto che uno stelo reciso, il suo stelo. Il fiore è lassù immerso nel cuore di Dio. E' per questo che pensando o parlando di Nicolino mi viene di guardare in alto, trasognato, inchinato.

Il mio eroe!

Avevo intravisto, sognato l'ideale della Santità, mai l'avevo raggiunto, poiché per toccare una cosa bisogna esservi vicino, e perché l'ammirazione sia senza ombra, bisogna poter imitare l'eroe che l'ispira.

Ho toccato il mio eroe, e poi... parve sfuggirmi. Ma come Teresina con Celina, io credo che egli camminerà sempre accanto a chi ha saputo scoprirlo.

L'ho amato, mi morì fra le braccia, mi guardò con il suo ultimo sguardo, e mi fece ciao con la mano.

Lo amo, ormai è il mio grande piccolo Santo con la sua e mia Teresina.” [14]

 

NELL'ATTESA DELLA RISURREZIONE

Al sacro rito funebre una gran folla di confratelli, amici, conoscenti.

Le accorate e strazianti preghiere della mamma, indussero i superiori a concedere la tumulazione dei resti mortali di Nicola D'Onofrio in Villamagna, sua terra natale, nella tomba di famiglia.

L'ultimo viaggio di ritorno al suo paese avvenne il 15 giugno, accompagnato da superiori e confratelli. Dopo una solenne celebrazione eucaristica, alla quale partecipò l'intera popolazione, venne tumulato nella Cappella Ferrara, la famiglia della mamma.

Dall'8 ottobre 1979, Nicola D'Onofrio riposa nelle adiacenze della Cripta del Santuario S. Camillo in Bucchianico, in vista della sua casa natale, ricongiunto alla famiglia religiosa di appartenenza, nell'attesa della risurrezione nell'ultimo giorno quando ritornerà il Cristo Trionfatore della Morte.

 

...e viene da lontano!

Il coinvolgimento di quanti lo conoscevano nell'intimo, o solo ebbero modo di accostarlo nella fase a tutti nota della rapida fine, affrontata con serenità e sorriso sulle labbra, stanno a testimoniare che fu un comportamento eccezionale. Ma questo non fu improvvisato, né tantomeno superficiale.

La sua ascesa al Monte Santo di Dio viene molto da lontano. Le pagine dei suoi scritti originali ci rivelano questo cammino iniziato fin dai primi momenti della sua vita nel seminario camilliano.

La fase terminale della sua vita e la morte, sono soltanto il momento rivelatore della sua dimensione spirituale. Una sua coetanea, oggi religiosa, ci ha rilasciato la sua testimonianza così:

“Quando mi comunicarono la sua morte, in cuor mio mi sentii risuonare le parole della Sapienza: (4, 13-14a).” [15]

 

Processo di Beatificazione e Canonizzazione

Il 16 giugno del 2000, Anno Santo, il Cardinale Camillo Ruini, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, ha dato inizio alla Causa di Canonizzazione e Beatificazione nell’Aula detta della Conciliazione in Vicariato, presenti il fratello Tommaso e la sposa Chiarina e le tre figliole, il Superiore Generale dei Camilliani P. Angelo Brusco, che fortemente ha voluto questo giorno. Il P. Renato Salvatore, Superiore della Provincia romana camilliana, entusiasta promotore della diffusione della sua conoscenza, e tanti Confratelli che ne avevano condiviso quegli anni di vita, ed altri in rappresentanza di diverse parti del mondo, per una felice coincidenza presenti in Roma in quel giorno. Presenti anche alcuni testimoni, e centinaia di suoi compaesani di Villamagna e Pellegrini di Bucchianico, - dove riposano i suoi resti mortali nelle adiacenze della Cripta del Santuario S. Camillo -, guidati dai rispettivi Parroci e Sindaci, con i Gonfaloni Comunali, a testimoniare che la memoria del sacrificio della sua giovane vita è ancora vivo e coinvolgente tra la sua gente.

E tante Suore Figlie di San Camillo con un forte numero di Allievi della Scuola di Scienze Infermieristiche, e rappresentanze nutrite delle Ministre degli Infermi e di altre Congregazioni di Religiose legate al carisma di San Camillo, e gli Animatori e i Dirigenti internazionali della

Famiglia Camilliana, ultima nata ma già tanto forte ed efficiente.

 

Mercoledì 16 Giugno 2004, alle ore 12, nell’Aula costituita per il Tribunale nel Palazzo Apostolico Lateranense, l’Eminentissimo Cardinale Vicario Camillo Ruini ha solennemente presieduto la Sessione di chiusura del Processo Diocesano nella Causa di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio Nicola D’Onofrio, Chierico Professo dell’Ordine dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi.

E il 20 ottobre successivo vengono ufficialmente acquisiti dalla "Congregazione per le Cause dei Santi" gli Atti del “Processo Informativo” della Diocesi di Roma, e inizia la seconda fase di indagine e studio da parte delle Supreme Autorità della Chiesa.

 

Il 27 Settembre 2010, il Superiore Generale dei Camilliani, P. Renato Salvatore, dava questo annuncio:

" Il Rev.mo P. Cristoforo Bove ofm conv., Relatore della "Congregazione delle Cause dei Santi", lo scorso 21 settembre, ha depositato la « POSITIO del Servo di Dio Nicola D'Onofrio »: un momento tanto atteso che segna un importante passo avanti per il nostro giovane confratello tornato a Dio il 12 giugno 1964.

La voluminosa documentazione è stata firmata dal Rev.mo Relatore nel giorno liturgicamente dedicato alla "Nascita della B.V. Maria - 8 settembre 2010", una provvidenziale coincidenza con uno dei momenti più delicati nell'anno di Noviziato di Nicolino ".

Vi chiediamo una preghiera, e – a chi porta nel proprio corpo quello che S. Paolo ama definire “quello che manca ai patimenti di Cristo” (Col. 1,24) - l'offerta della personale sofferenza perché il Buon Dio Padre lo esalti, e lo accrediti quale campione e modello eroico, che della vita ordinaria giornaliera ne fece una scala per il Cielo, unendo la personale sofferenza a quella del Cristo Crocifisso per la Redenzione del mondo.

 P. Felice Ruffini

camilliano

[1] Ruffini F., NICOLA D'ONOFRIO - chierico camilliano - TESTIMONIANZE, Postulazione Generale Camilliani, Roma 1983, pro manuscripto, p. 24 n. 1.

[2] Lettera del 30 luglio 1957, vd. capitolo "Lettere", n. 3.

[3] Meditazione conclusiva degli esercizi spirituali, mattina del 6 ottobre.

[4] E' la II meditazione dei tre giorni di Ritiro, 6 ottobre 1959. Ha 17 anni, frequenta il V ginnasio ed è ancora aspirante.

[5] Cardone A., Quando l'Amore prega, Studentato Camilliano, II ediz., Roma 1968, p. 56.

[6] La Postulazione Generale ha acquisito la pagellina d'iscrizione che reca la data 5.XII.1958. Vd. nel capitolo “Prime note spirituali”, Ritiro Spirituale '60, III punto.

[7] La certificazione rilasciataci in data 8 ottobre 1982, attesta che nei registri della sala operatoria di urologia Malpighi dell'Ospedale S. Camillo di Roma, risulta che il "...30 luglio 1963, sotto la voce ambul. dei Padri Camilliani, n. d'Ordine 277..." viene eseguito un intervento chirurgico dal dr. G. Tinarelli, e la parte asportata inviata all'esame istologico.

[8] Il 6 agosto 1982, la Direzione Sanitaria del medesimo ospedale, con prot. PART 6920 DS, ci ha rilasciato copia conforme all'originale dell'esame eseguito dal Servizio di istologia e anatomia il 9 agosto 1963, ad opera del Prof. Tommaso Di Giulio, su parte asportata a "Nicola D'Onofrio", con diagnosi "teratosarcoma".

[9] Il libretto universitario porta la data 30.X.1963, matricola n. 17533.

[10] Anche di questo esame si possiede certificazione medica.

[11] Ruffini F., op.cit. p. 97, n. 1: "...è stato nel 1964, gennaio-febbraio... “Caro Tommasino, io me moro, ma non me ne importa niente... mi dispiace solo per la mamma che soffrirà molto”."

[12] Ruffini F., op.cit. p. 121, n. 4.

[13] ibid. p. 122, n. 6.

[14] P.M., IL CH. D'ONOFRIO E S. TERESINA in Fermento di vita, rivista interna de "L'Apostolato di Maria", 12 luglio 1964, pp. 25-31.

[15] Ruffini F., op.cit. p. 131 n. 3.