P. Celestino Di Giovambattista

Missionario Camilliano

in Burkina Faso

 

Scheda Biografica

Ecco la “scheda biografica” diffusa dai Religiosi Camilliani:

 

Nel “ricordo” d’un Confratello

Il missionario camilliano P. Celestino Di Giovambattista è spirato nell'Ospedale Civile della Capitale alle ore 13:15 di sabato 13 ottobre 2001, anniversario dell'Apparizione dell'Immacolata Madre di Dio a Fatima.

Nei pochi momenti di coscienza, con flebile voce ha perdonato il suo aggressore sull'esempio di Cristo Crocifisso, "Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno" (Lc 23, 34). Il sabato successivo, 20 ottobre, si è celebrato il funerale nella Parrocchia S. Camillo di Ouagadougou con la partecipazione di una marea di folla. Oltre tre ore il giorno prima per il trasferimento dall'Ospedale Civile alla Parrocchia, e veglia di preghiera per tutta la notte con la stessa intensità di presenze di gente d'ogni fede e condizione sociale.

A Roma, contemporaneamente, nella Chiesa di Villa S. Famiglia la Provincia Romana dei Camilliani ha celebrato l'Eucaristia in unione spirituale con la Comunità Camilliana Burkinabé, presenti parenti del P. Celestino, Confratelli, Sacerdoti del Burkina Faso a Roma per studio, Figlie di S. Camillo in maggior parte Burkinabé, Suore Ministre degli Infermi, i malati della casa di cura, e tanti amici e conoscenti.

Al termine della S. Messa Sua Eccellenza l'Ambasciatore presso la Farnesina, la Signora Noellie Marie Beatrice Damiba, ha portato le condoglianze del Governo Burkinabé, dell'Ambasciatore presso la Santa Sede S.E. il Sig. Filippe Savadogo, e quelle sue personali.

Lei il 13 si trovava a Ouagadougou ed ha vissuto di persona il dramma. Proviene dalla Parrocchia S. Camillo e conosceva benissimo il P. Celestino, con il quale parlava spesso per avere consigli ed esaminare progetti che il buon Padre Le sottoponeva.

Ha esplicitamente affermato che il P. Celestino era conosciuto non solo in Ouaga ma in tutto il Burkina Faso per la sua intensa attività a favore del popolo Burkinabé, e che viene considerato un eccellente collaboratore e dello sviluppo della Chiesa e dell'ambito sociale della Nazione.

Per questo il Governo gli aveva concesso la "naturalizzazione" e l'onorificenza di "Cavaliere al Merito della Repubblica".

La dinamica del fatto raccolta e descritta dal giornalista burkinabé San Evaristo Barro su "L'Observateur - Dimanche" di lunedì 15 ottobre 2001, conferma la tragicità delle prime informazioni giunte immediatamente a Roma dai Confratelli della Missione S. Camillo di Ouagadougou.

Un certo Victor condannato per truffa a nove mesi di carcere, sei dei quali già scontati, faceva parte di un gruppo di carcerati addetti a scorticare le arachidi per il vitto giornaliero. Quando è passato P. Celestino, in visita anche per controllare lo stato dei lavori della costruzione dell'impianto igienico, i cui fondi lui stesso aveva procurato da amici benefattori italiani, il Victor senza proferire parola si è alzato impugnando l'ascia e lo ha colpito alle spalle, alle braccia e alla testa più volte.

Subito soccorso il P. Celestino e portato all'Ospedale, mentre l'aggressore a stento è stato strappato al linciaggio dei presenti, è apparso immediatamente in stato di estrema gravità. E nulla è stato possibile fare per strapparlo alla morte, mentre a Roma era già stata attivata l'accoglienza presso l'Ospedale S. Giovanni ed era stata allertata l'avio-ambulanza.

 Quasi 30 anni in Burkina Faso, e 20 da Parroco. Misura e qualità dell'Uomo e del Sacerdote figlio di S. Camillo, la dà la popolazione Burkinabé che appena si è diffusa la voce è accorsa a migliaia alla Parrocchia a piangere il "suo Parroco", anche se da tre mesi aveva lasciato l'incarico. I Confratelli ci comunicavano telefonicamente che erano almeno diecimila.

Il Barro la dice "innomable". E questi ne scrive il motivo:

"Il P. Celestino ha inciso profondamente con l'intensità della sua fede e della sua sensibilità e con la generosità del suo cuore che lo faceva partecipare alle prove dei suoi fedeli e di quanti bussavano alla sua porta.

"Quanti hanno partecipato alle sue celebrazioni possono testimoniare l'entusiasmo e la gioia nella celebrazione dei matrimoni, e la dolorosa emozione che viveva per un funerale. Questi li terminava piangendo coinvolgendo spesso anche chi assisteva, tanto era profondo e sincero quanto diceva e sentiva.

"Coinvolgendo parenti e tanti benefattori italiani il P. Celestino moltiplicava i suoi atti caritativi che andavano dal semplice sostegno alimentare al prendere in carico l'impegno della scolarizzazione di alunni delle prime classe e di studenti di scuole superiori.

"In breve si può dire che il P. Celestino Di Giovambattista è stato nella Parrocchia S. Camillo quello che fu Mgr. Joanny Thevenoud per la Chiesa Burkinabé".

Noi non conosciamo la loro storia, ma certamente l'accostamento è di grande valore. Ecco chi era il nostro Confratello nella testimonianza di Persona al di sopra di parte e testimone oculare.

Sì, è vero, P. Celestino "aveva le mani bucate" come si suol dire, e la "lagrima facile", ma non per debolezza bensì per un autentico e sincero coinvolgimento nella sofferenza del prossimo. E d'altronde non poteva che essere così, provenendo da una famiglia di quella generosa terra d'Abruzzo che è sempre aperta ad accoglierti nella sua casa e a condividere con te nella sua casa e a condividere con te quanto ha di buono. E i Camilliani di Roma la conoscono bene questa famiglia.

Personalmente ne ho una profonda conoscenza essendo entrato in Seminario con lui sul finire del settembre 1946, ed avere fatto tutti gli studi insieme, ed avere vissuto sei anni in Bucchianico con il fratello P. Giuseppe, in quel tempo Parroco della Cittadina natale di San Camillo.

Non mi meraviglia, quindi, la popolare ed oceanica manifestazione di dolore e di stima del popolo burkinabé, sensibilissima alla condivisione. Piangono un "padre buono" perduto, è vero, ma già lo sentono un efficace "protettore dal Cielo".

E' stata la pressione del popolo di Ouagadougou che ha fatto decidere di accogliere il suo espresso desiderio di rimanere con il "suo popolo" anche da morto. E così è stato seppellito nel recinto della Parrocchia S. Camillo, nelle adiacenze del tempietto dedicato all'Immacolata Madre di Dio, all'ombra del "baobab" che significa "albero dei mille anni", e che è un po' il simbolo del Sahel.

Schietto e riservato il P. Celestino non amava descrivere quanto faceva per il "suo popolo". Lo abbiamo saputo da altri, per esempio, che con l'aiuto dei suoi Conterranei aveva costruito delle solide casette per famiglie povere, dando il nome a due raggruppamenti di rioni di "Massa d'Albe" e di "Magliano dei Marsi".

Così anche mi raccontò, semplicemente e senza enfasi, che quando il S. Padre Giovanni Paolo II visitò il Burkina Faso il 10 maggio 1980, ebbe il privilegio durante una pausa di trovarsi solo con Lui, il Quale poggiandosi sulle sue spalle e dicendogli "Ora un po' di riposo", ascoltò il quadro reale della situazione povera che esisteva in quella Terra a sud del Sahel. E fu proprio in quel giorno che il Papa lanciò il forte appello di aiuto per la regione e che portò poi il 22 febbraio 1984 all'istituzione della "Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel" con sede in Ouagadougou.

Non vogliamo sostenere che il P. Celestino è alle radici di questa iniziativa, ma certamente la sua testimonianza confortò il Sommo Pastore che era giusto e saggio, e di massima urgenza fare qualcosa di concreto per quelle popolazioni che tentano di sopravvivere a sud del Sahel.

Padre Celestino mi perdonerà di questa partecipazione a chi lo piange oggi. Mai finora ne ho parlato o scritto, anche se credo di non essere il solo a conoscere questo bellissimo momento, che tutti brameremmo di godere. Ma è perché la sua "memoria" duri "mille anni" come il "baobab" che protegge con la sua ombra il riposo dei suoi resti mortali.

Nel suo "reportage" San Evaristo Barro scrive che "in attesa che le circostanze di questo crimine vengano chiarite, la domanda che tutti si pongono è di conoscere come sia stato possibile che un detenuto possa avere a portata di mano un'arma, sì bianca ma così mortale".

Noi ci siamo chiesti subito quale fosse stata la causa scatenante. Lo hanno detto un folle! Ma bene, ma di quale follia affetto? Il Barro, senza citare la sua fonte, scrive che in sostanza dal primo interrogatorio della Polizia è emerso questo: "Ce sont ces gens-là qui ont fait souffrir nos grands-parents".

Ma chi è questa "gente" che ha fatto soffrire i suoi antenati?

Certamente non il P. Celestino con i suoi 67 anni, e neanche con il suo comportamento visto che era frequentatore del Carcere come Cappellano solo da tre settimane. Non solo, ma gli sarà stato notissimo chi fosse, visto che tutto il mondo burkinabé sapeva della sua vicinanza al suo popolo, ricordando anche quanto ha affermato l'Ambasciatore a Roma del suo Paese.

Ed allora, perché?

Il Barro si premura di segnalare "che nella storia della Chiesa del nostro paese, è la prima volta in assoluto, (salvo errori ed omissioni), che un Missionario subisce presso di noi un tale martirio".

Solo una profonda fede in Dio può farci accettare questo drammatico epilogo di un "Uomo buono". A Padre Celestino è stato riservato il ruolo della "vittima sacrificale", dello "agnello innocente" che con il suo sangue doveva lavare i presunti peccati sociali e prevaricazioni di altri.

Non si vuole anticipare alcuna valutazione che spetta ad altri competenti in materia. Ma ci risuonano le parole scritte e dette da Giovanni Paolo II nella "Novo Millennio Ineunte", là, quando alludendo alla Celebrazione del Giubileo per "una grande schiera di santi e di martiri" del millennio concluso, afferma che la testimonianza autentica di un figlio della Chiesa, che si proietta nella santità, meglio esprime il Mistero della Chiesa ed è "Messaggio eloquente che non ha bisogno di parole, essa rappresenta al vivo il Volto di Cristo". E' una eredità da non disperdere, da consegnare a un perenne dovere di gratitudine e a un rinnovato proposito di imitazione" (n. 7).

Padre Celestino caro, ora nella luce del Signore, fa che i tuoi resti mortali vegliati dal sorriso della bella immagine dell'Immacolata Madre di Dio continuino per "mille anni" come il "baobab", che culla i tuoi sogni di carità infranti, e narri la tua vita totalmente impegnata a dare testimonianza al Verbo Incarnato, Crocifisso Morto e Risorto, perché l'Amore del Padre e il vento santificatore dello Spirito Santo prendano possesso di ogni creatura, sia essa povera o malata, o crudele come quello che ha fatto scempio del tuo corpo.

Felix Pierre
camilliano